Ti è mai capitato di passare ore a pensare a un messaggio che non arriva, a una persona che si allontana o a qualcuno che continua a comportarsi in un modo che ti ferisce?
Spesso non è tanto ciò che accade a farci stare male, ma il tentativo continuo di capire, cambiare o controllare ciò che gli altri fanno. È lì che si consumano enormi quantità di energia mentale: nel rimuginio, nelle aspettative, nelle spiegazioni cercate a tutti i costi.
Negli ultimi mesi è diventata molto popolare la cosiddetta “The Let Them Theory” di Mel Robbins, tradotta in italiano come “La teoria del lasciare andare”. Al di là del linguaggio semplice e motivazionale, questa teoria si appoggia a concetti molto presenti in psicologia: accettazione radicale, confini emotivi, locus of control e differenziazione del Sé.
L’idea di fondo è semplice, ma potente:
smettere di investire energie nel tentativo di controllare gli altri e iniziare a concentrarsi su ciò che dipende davvero da noi.
Il Primo Passaggio “Lasciare andare”
La frase “Lasciar andare” non significa diventare freddi, passivi o smettere di avere bisogno degli altri. Significa smettere di opporsi continuamente alla realtà.
In psicologia esiste un concetto molto vicino a questo approccio: l’accettazione radicale.
Accettare radicalmente non significa approvare ciò che accade, ma riconoscere che, in questo momento, la realtà è quella.
Se una persona non vuole impegnarsi, puoi soffrirne, ma non puoi costringerla a cambiare.
Se qualcuno ti esclude, puoi sentirti ferito, ma non puoi controllare il modo in cui gli altri scelgono di relazionarsi.
Molto spesso la sofferenza nasce proprio dalla lotta contro ciò che non possiamo controllare.
Il Secondo Passaggio “Sentiti libero di…”
La parte meno conosciuta — ma forse più importante — della teoria è il passaggio successivo:
“Sentiti libero di…”
Perché lasciare andare non basta se poi restiamo bloccati nell’attesa, nel risentimento o nel bisogno di approvazione.
Il vero cambiamento avviene quando smetti di controllare gli altri e inizi a chiederti:
“E io, adesso, cosa mi sento libero di fare?”
Dal punto di vista psicologico, questo significa spostarsi da un locus of control esterno (“sto bene solo se gli altri si comportano come vorrei”) a un locus of control interno (“posso scegliere come prendermi cura di me anche se gli altri non cambiano”).
Riflessioni e conclusioni
È importante però non trasformare questa teoria in uno slogan superficiale o in un modo per reprimere le emozioni. “Lasciare andare” non significa ignorare ciò che si prova, evitare il confronto o convincersi che nulla abbia importanza.
Per questo motivo, questa prospettiva può diventare davvero utile quando viene integrata all’interno di un percorso psicologico. In un percorso di supporto psicologico, il lavoro non è soltanto imparare a lasciar andare ciò che non possiamo controllare, ma capire perché certe situazioni ci agganciano così tanto, perché sentiamo il bisogno di rincorrere, salvare o essere approvati. Dietro questi meccanismi ci sono possono essere paure profonde, esperienze passate e bisogni emotivi che meritano di essere ascoltati, non giudicati.
Il rischio, altrimenti, è usare il “lascia andare” come una forma di distacco emotivo o evitamento. Il vero obiettivo, invece, è sviluppare una relazione più solida con sé stessi: imparare a tollerare alcune emozioni, costruire confini sani e scegliere relazioni in cui non sia necessario perdere sé stessi per sentirsi amati.


