Nome dell'autore: psicologa.ilariafilonzi@gmail.com

Crescita personale

Perfetti fuori, depressi dentro: la sofferenza che nessuno vede

Ti è mai capitato di continuare a lavorare, prenderti cura degli altri e portare avanti tutti i tuoi impegni, pur sentendo che dentro qualcosa si è spento? Da fuori sembri stare bene. Dentro, però, manca l’entusiasmo, tutto richiede uno sforzo enorme e ciò che prima ti dava piacere sembra aver perso significato. Nel libro “Perfetti fuori, depressi dentro”, la psichiatra americana Judith Joseph descrive questa esperienza attraverso il concetto di depressione ad alto funzionamento. È importante precisare che non si tratta di una diagnosi clinica, ma di un termine divulgativo utilizzato per raccontare una forma di sofferenza spesso invisibile. Cos’è la depressione ad alto funzionamento? Molte persone associano la depressione all’incapacità di alzarsi dal letto o svolgere le attività quotidiane. In realtà, la sofferenza psicologica può assumere forme molto più silenziose. Alcune persone continuano a lavorare, prendersi cura della famiglia, raggiungere obiettivi e apparire efficienti, ma dentro sperimentano un profondo senso di vuoto, stanchezza emotiva e perdita di piacere. I segnali più comuni Secondo Judith Joseph, ci sono alcune caratteristiche che ricorrono frequentemente nelle persone che descrivono questa esperienza, pur non trattandosi di criteri diagnostici. Le cinque V: un invito a riconnettersi con sé stessi Per favorire il benessere psicologico, Judith Joseph propone il modello delle cinque V, cinque aree sulle quali riflettere. Riflessioni e conclusioni Il merito di questo libro è quello di ricordarci che stare bene e funzionare non sono la stessa cosa. Essere efficienti, produttivi e presenti per gli altri non significa necessariamente essere in contatto con il proprio benessere emotivo. Allo stesso tempo, è importante ricordare che la “depressione ad alto funzionamento” non rappresenta una diagnosi clinica e non dovrebbe diventare un’etichetta con cui identificarsi. Può offrire uno spunto per fermarsi e ascoltare alcuni segnali che spesso tendiamo a ignorare. Un percorso psicologico può aiutare a comprendere meglio le emozioni che si nascondono dietro quella sensazione di stanchezza, vuoto o perdita di entusiasmo, offrendo uno spazio in cui ritrovare un benessere che non dipenda solo dal continuare a “funzionare”, ma anche dal sentirsi davvero presenti nella propria vita.

Crescita personale

Overthinking: quando pensare troppo diventa un modo per non sentire

Cos’è l’overthinking? Le persone che pensano troppo raramente stanno cercando una risposta. Stanno cercando di sentirsi al sicuro. Ti è mai capitato di ripensare per ore a una conversazione, analizzare ogni dettaglio di una scelta o immaginare continuamente scenari futuri? L’overthinking è un’attività mentale intensa e ripetitiva che ha l’obiettivo di ridurre un disagio emotivo percepito. La mente cerca risposte, spiegazioni e previsioni nel tentativo di ritrovare una sensazione di controllo e sicurezza. Quando parliamo di overthinking, tendiamo a concentrarci sui pensieri: le domande che si ripetono nella mente, i dubbi, le analisi infinite, i continui “e se…”. Eppure, dal punto di vista psicologico, il pensiero è spesso solo la parte più visibile del fenomeno. Sotto l’overthinking si trova quasi sempre un’esperienza emotiva che la persona fatica a tollerare. Potrebbe essere: Il paradosso dell’overthinking Molte persone finiscono per sentirsi esauste: la mente continua a lavorare senza riuscire a risolvere ciò che, in realtà, appartiene al mondo emotivo. Quando la persona inizia a riconoscere e dare un nome alle emozioni che stanno sotto l’overthinking, il bisogno di pensare continuamente tende a diminuire. Non perché i problemi spariscano piuttosto perché non è più necessario utilizzare il pensiero come unica strategia per sentirsi al sicuro. A volte dietro un “non riesco a smettere di pensarci” si nasconde una domanda molto diversa: “Cosa sto provando che faccio così fatica a sentire?” Riflessioni e conclusioni L’obiettivo non è eliminare i pensieri o imparare a controllare ogni dubbio. Da una prospettiva psicologica, il cambiamento avviene quando iniziamo a comprendere la funzione che quei pensieri svolgono nella nostra vita emotiva. Spesso l’overthinking rappresenta un tentativo di gestire emozioni difficili, ridurre l’incertezza o prevenire possibili sofferenze. Imparare a riconoscere questi meccanismi permette di sviluppare strategie più efficaci e meno faticose per affrontare ciò che proviamo.

la teoria del lasciare andare
Crescita personale

La “Teoria del Lasciare Andare” (Let Them Theory): cos’è e perché fa bene alla salute mentale.

Ti è mai capitato di passare ore a pensare a un messaggio che non arriva, a una persona che si allontana o a qualcuno che continua a comportarsi in un modo che ti ferisce? Spesso non è tanto ciò che accade a farci stare male, ma il tentativo continuo di capire, cambiare o controllare ciò che gli altri fanno. È lì che si consumano enormi quantità di energia mentale: nel rimuginio, nelle aspettative, nelle spiegazioni cercate a tutti i costi. Negli ultimi mesi è diventata molto popolare la cosiddetta “The Let Them Theory” di Mel Robbins, tradotta in italiano come “La teoria del lasciare andare”. Al di là del linguaggio semplice e motivazionale, questa teoria si appoggia a concetti molto presenti in psicologia: accettazione radicale, confini emotivi, locus of control e differenziazione del Sé. L’idea di fondo è semplice, ma potente:smettere di investire energie nel tentativo di controllare gli altri e iniziare a concentrarsi su ciò che dipende davvero da noi. Il Primo Passaggio “Lasciare andare” La frase “Lasciar andare” non significa diventare freddi, passivi o smettere di avere bisogno degli altri. Significa smettere di opporsi continuamente alla realtà. In psicologia esiste un concetto molto vicino a questo approccio: l’accettazione radicale.Accettare radicalmente non significa approvare ciò che accade, ma riconoscere che, in questo momento, la realtà è quella. Se una persona non vuole impegnarsi, puoi soffrirne, ma non puoi costringerla a cambiare.Se qualcuno ti esclude, puoi sentirti ferito, ma non puoi controllare il modo in cui gli altri scelgono di relazionarsi. Molto spesso la sofferenza nasce proprio dalla lotta contro ciò che non possiamo controllare. Il Secondo Passaggio “Sentiti libero di…” La parte meno conosciuta — ma forse più importante — della teoria è il passaggio successivo:“Sentiti libero di…” Perché lasciare andare non basta se poi restiamo bloccati nell’attesa, nel risentimento o nel bisogno di approvazione. Il vero cambiamento avviene quando smetti di controllare gli altri e inizi a chiederti: “E io, adesso, cosa mi sento libero di fare?” Dal punto di vista psicologico, questo significa spostarsi da un locus of control esterno (“sto bene solo se gli altri si comportano come vorrei”) a un locus of control interno (“posso scegliere come prendermi cura di me anche se gli altri non cambiano”). Riflessioni e conclusioni È importante però non trasformare questa teoria in uno slogan superficiale o in un modo per reprimere le emozioni. “Lasciare andare” non significa ignorare ciò che si prova, evitare il confronto o convincersi che nulla abbia importanza. Per questo motivo, questa prospettiva può diventare davvero utile quando viene integrata all’interno di un percorso psicologico. In un percorso di supporto psicologico, il lavoro non è soltanto imparare a lasciar andare ciò che non possiamo controllare, ma capire perché certe situazioni ci agganciano così tanto, perché sentiamo il bisogno di rincorrere, salvare o essere approvati. Dietro questi meccanismi ci sono possono essere paure profonde, esperienze passate e bisogni emotivi che meritano di essere ascoltati, non giudicati. Il rischio, altrimenti, è usare il “lascia andare” come una forma di distacco emotivo o evitamento. Il vero obiettivo, invece, è sviluppare una relazione più solida con sé stessi: imparare a tollerare alcune emozioni, costruire confini sani e scegliere relazioni in cui non sia necessario perdere sé stessi per sentirsi amati.

connessione emotiva

Ho tutto ma mi sento vuoto: cosa potrebbe significare davvero

Ti capita mai di fermarti un attimo e chiederti: “Dovrei essere felice… allora perché non lo sono?”Non è ingratitudine, né superficialità. Spesso è il segnale di qualcosa di più profondo: una distanza tra la vita che stai vivendo e ciò che, a un livello più autentico, senti come tuo. Cosa può esserci dietro questa sensazione Questo vuoto può nascere quando per molto tempo ci si è adattati a ciò che andava fatto: scelte sicure, aspettative familiari o sociali, obiettivi considerati giusti. All’esterno tutto funziona, ma dentro può mancare una sensazione di significato, di coinvolgimento reale. È come se la vita scorresse, senza toccarti davvero. Altre volte entra in gioco un meccanismo: ci abituiamo rapidamente a ciò che abbiamo raggiunto. Quello che prima sembrava importante, una volta ottenuto perde intensità, lasciando spazio a una sottile insoddisfazione. E così si continua a inseguire qualcosa di nuovo, senza riuscire a sentirsi davvero appagati. In alcuni casi, invece, questo senso di vuoto è legato a una disconnessione emotiva: relazioni presenti e non profonde, giornate piene e poco sentite. Si è circondati da persone e impegni e allo stesso tempo manca la sensazione di essere davvero visti, coinvolti, vivi. Dal punto di vista psicologico, non esiste una risposta immediata, ma ci sono alcune direzioni utili da esplorare: Conclusione In molti casi, questo tipo di sensazione è proprio il punto da cui inizia un percorso psicologico: non perché c’è qualcosa che non va, ma perché c’è qualcosa che sta cercando spazio. Quella sensazione di vuoto può far pensare che manchi qualcosa da trovare, da aggiungere, da sistemare. Ma spesso non è così. E quel vuoto, più che un problema da risolvere, è un segnale. Ti sta dicendo che qualcosa dentro di te chiede spazio, attenzione, autenticità. E forse la domanda non è tanto “cosa mi manca?”, piuttosto “cosa di me non sto ancora ascoltando?”

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