Ti è mai capitato di continuare a lavorare, prenderti cura degli altri e portare avanti tutti i tuoi impegni, pur sentendo che dentro qualcosa si è spento? Da fuori sembri stare bene. Dentro, però, manca l’entusiasmo, tutto richiede uno sforzo enorme e ciò che prima ti dava piacere sembra aver perso significato.
Nel libro “Perfetti fuori, depressi dentro”, la psichiatra americana Judith Joseph descrive questa esperienza attraverso il concetto di depressione ad alto funzionamento.
È importante precisare che non si tratta di una diagnosi clinica, ma di un termine divulgativo utilizzato per raccontare una forma di sofferenza spesso invisibile.
Cos’è la depressione ad alto funzionamento?
Molte persone associano la depressione all’incapacità di alzarsi dal letto o svolgere le attività quotidiane. In realtà, la sofferenza psicologica può assumere forme molto più silenziose.
Alcune persone continuano a lavorare, prendersi cura della famiglia, raggiungere obiettivi e apparire efficienti, ma dentro sperimentano un profondo senso di vuoto, stanchezza emotiva e perdita di piacere.
I segnali più comuni
Secondo Judith Joseph, ci sono alcune caratteristiche che ricorrono frequentemente nelle persone che descrivono questa esperienza, pur non trattandosi di criteri diagnostici.
- Anedonia: una progressiva difficoltà a provare piacere e soddisfazione nelle attività che prima erano piacevoli, anche se si continua a svolgerle.
- Perfezionismo: la tendenza a legare il proprio valore personale ai risultati, con la sensazione di dover essere sempre efficienti e impeccabili.
- Alto funzionamento: la capacità di mantenere gli impegni quotidiani, lavorativi e familiari nonostante una significativa sofferenza emotiva.
- Mascheramento emotivo: l’abitudine a mostrare un’immagine di sé forte e competente, nascondendo agli altri (e talvolta anche a sé stessi) il proprio disagio.
- Autosvalutazione e autocritica: una voce interiore molto severa che porta a sentirsi costantemente “non abbastanza”, indipendentemente dai risultati raggiunti.
Le cinque V: un invito a riconnettersi con sé stessi
Per favorire il benessere psicologico, Judith Joseph propone il modello delle cinque V, cinque aree sulle quali riflettere.
- Validazione. Riconoscere la propria sofferenza senza minimizzarla o confrontarla continuamente con quella degli altri.
- Valvole di sfogo. Trovare modi sani per esprimere ciò che si prova, attraverso il dialogo, la scrittura, il movimento o altre attività che permettano alle emozioni di trovare spazio.
- Valori personali. Chiedersi se la vita che stiamo conducendo è davvero in linea con ciò che conta per noi o se stiamo vivendo principalmente per soddisfare aspettative esterne.
- Valori fisiologici. Prendersi cura del corpo attraverso sonno, alimentazione, movimento e recupero. Il benessere psicologico passa anche dai bisogni fisiologici.
- Visione. Recuperare una prospettiva più ampia sulla propria vita, andando oltre la sola produttività e riscoprendo ciò che dà significato al proprio percorso.
Riflessioni e conclusioni
Il merito di questo libro è quello di ricordarci che stare bene e funzionare non sono la stessa cosa. Essere efficienti, produttivi e presenti per gli altri non significa necessariamente essere in contatto con il proprio benessere emotivo.
Allo stesso tempo, è importante ricordare che la “depressione ad alto funzionamento” non rappresenta una diagnosi clinica e non dovrebbe diventare un’etichetta con cui identificarsi. Può offrire uno spunto per fermarsi e ascoltare alcuni segnali che spesso tendiamo a ignorare.
Un percorso psicologico può aiutare a comprendere meglio le emozioni che si nascondono dietro quella sensazione di stanchezza, vuoto o perdita di entusiasmo, offrendo uno spazio in cui ritrovare un benessere che non dipenda solo dal continuare a “funzionare”, ma anche dal sentirsi davvero presenti nella propria vita.


